Agrigentérotique

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Mezzo secolo dopo la frana che colpì Agrigento, una mostra
 a cura di Dario Orphée La Mendola  ricorda la tragedia.
Opere di

Salvo Barone  Momò Calascibetta  Alfonso Siracusa

19 Luglio _20 Settembre 2017

 

Si svolgerà a Favara, presso la Farm Cultural Park, il 19 luglio, alle 18:15, una conversazione libera sulla frana di Agrigento del 1966.

A cinquantuno anni dal tragico evento e in contemporanea all’inaugurazione della mostra “Agrigentérotique”, a cura di Dario Orphée La Mendola, le cui opere site-specific riflettono artisticamente su quanto accaduto nella città dei Templi dalla speculazione edilizia a oggi, interverranno nella splendida cornice dei Sette Cortili di Favara Padre Giuseppe Pontillo, il geologo Giovanni Noto, il sociologo Gaetano Gucciardo e il critico Dario Orphée La Mendola, moderati dal giornalista, direttore di Agrigentosette, Michele Scimè.

Nel corso della serata lo sguardo sarà focalizzato su vari temi, storici e attuali per la città di Agrigento: lo stato della Cattedrale e quello prettamente geologico dei costoni su cui insiste l’espansione urbana, le inchieste giornalistiche e gli impatti sociologici ed estetici. Il tutto all’interno di uno dei migliori esempi di rigenerazione urbana contemporanea: la Farm.

La mostra “Agrigentérotique”, fondamentalmente sperimentale, e che s’ispira ai principi della permacultura, visitabile fino a settembre, presenta tre opere allestite all’aperto, che rendono il fruitore parte integrante dell’installazione, mettendolo in relazione con l’atmosfera circostante, accompagnate da una prosa di Dario Orphée La Mendola.

 

 

Salvo Barone, con Obstupesco (2017), ha illustrato due donne e un uomo in atteggiamento smarrito, le cui posizioni anatomiche, che sembrano tratte da fotografie storiche, sono prive di qualsiasi riferimento preciso, perché indefinibile è l’atmosfera che li avvolge. Essi, come se fossero stati appena sfollati e desiderassero comprendere il loro destino, immobilizzati in un costante presente, appaiono in cerca di conforto, osservando inermi la tragica frantumazione della propria abitazione, ma divengono involontariamente parte di un ipotetico appartamento franato, il quale potrebbe essere il loro, abbandonato in fretta per mettersi in sicurezza, congelato dal tempo.

 

Momò Calascibetta, con Cui prodest? (2017), ha analizzato ironicamente l’inettitudine dell’artista contemporaneo al tempo della speculazione edilizia in Italia, il cui sforzo non è mai stato all’altezza di produrre opere che potessero fronteggiare il potere, favorendolo invece egoisticamente. La fronte corrugata del protagonista solitario suggerisce il senso di sofferenza durante l’atto poietico, il cui mancato prodotto, sottolineato dalla carta igienica intonsa intorno, dimostra che ancora tanto deve essere fatto. La percezione della realtà interna è influenzata dalla scelta prospettica, giocando meravigliosamente con i chiaroscuri dei panneggi, inscrivendo la scena in una dinamicità espressivamente forte.

 

Alfonso Siracusa, con Error communis (2017), ha recuperato oggetti collegati storicamente alla frana, inserendoli in un ambiente caratterizzato dalla duplicità, rendendo evidente una frase della celebre inchiesta Martuscelli. Le reti metalliche, divise in basso dal coltello che effettua un taglio con il passato, riportano le stelle della Marina militare raffiguranti la costellazione del cancro. Più avanti una finestra, che incornicia un pilastro del viadotto posto dirimpetto alla città, se aperta svela, sotto l’influsso di simbologie alchemiche riattualizzate, la vittima della frana posta su una mappa della città recante punti di interesse franoso, il cui mancato intervento allarma l’osservatore allo specchio.

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