PARIGI – AL JEU DE PAUME UNA RETROSPETTIVA A VIVIAN MAIER

Il mondo rivoluzionario dai social network, come è noto, ci ha resi tutti degli “artisti”. Puramente retoriche risultano ormai le lunghe digressioni a riguardo: “i tempi sono cambiati”, “chiunque con Instagram può definirsi fotografo”.
L’autoritratto, l’autoscatto o selfie, che dir si voglia, sono diventati sempre più fenomeni mainstream ai quali quotidianamente sottoponiamo il nostro sguardo.
Eppure, volendone conferire dignità artistica, si potrebbero citare centinaia di artisti che nella storia si sono misurati con l’autoscatto: Francesca Woodman ne è l’esempio più inflazionato.

Tornando alla questione della gratuità con la quale chiunque, al giorno d’oggi, può professarsi fotografo se armato di smartphone, ancor meglio se iphone, è buffo pensare che uno dei musei di fotografia più importanti d’Europa dedichi una retrospettiva al lavoro di Vivian Maier (New York, 1926 – Chicago, 2009), che fotografa non era (lavorava come baby sitter) e solo nel tempo libero si cimentava in numerosi scatti con la sua Rolleiflex.

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Nel corso della sua vita, la Maier non ha mai esposto né fatto stampare i centomila negativi in suo possesso e mai nessuno ha scritto su di lei. Fu provvidenziale il rinvenimento dei negativi nel 2007 da parte del collezionista John Maloof in una casa d’aste di Chicago, quando Maier era ancora totalmente sconosciuta. È dunque grazie a tale investimento e alla sapiente divulgazione da parte di Maloof che ora Vivian Maier può essere accostata a maestri del calibro di Lisette Model, Robert Frank, Diane ArbusWilliam Klein.

C’è da chiedersi quale fosse il senso profondo che Maier attribuiva alle sue fotografie, per la maggior parte autoritratti in strada, la cui somiglianza con gli scatti di cui prolificano i social network è incredibile.
Nell’agosto dello scorso anno l’Oxford Dictionaries Online ha inserito il lemma selfie definendolo “una fotografia che uno scatta a sé stesso, in genere con uno smartphone o una webcam e che viene caricata su un social media”; ecco che emerge l’imprescindibile concetto di condivisione e messa in mostra, caratteri totalmente assenti nel lavoro di Vivian Maier che, seppur con meccanismi analoghi, non scattava selfie, semmai autoritratti, nel senso originario e intimo del termine.

La mostra, a cura di Anne Morin, è visitabile fino al 1 giugno.

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